Martedì, 27 Gennaio 2015 09:43

Urban Box, il nuovo album dei Nuju - L'INTERVISTA

Scritto da Bruno Greco
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«Un genere urbano e meticcio che verrà definito dai giornalisti Urban-Rock-Folk». Sarà stato il fascino del “quarto potere” o l’anima da artisti di strada… fatto sta, che ai Nuju lo stile urban piace, suona bene, tanto da volerci titolare un album, ovvero Urban Box (Mk Records), in uscita oggi.

Per capire veramente di che pasta sono fatti, gli stessi componenti del gruppo spiegano sul loro profilo biografico, che il binomio (antitetico) che meglio li descrive è «comico-drammatici come i film di Monicelli, Totò e Chaplin». E a favore di quest’ultimo arriva anche la citazione con “Tempi moderni”, traccia di Urban Box in chiave rosa, lungi però dall’infernale catena di montaggio chapliniana. Presentazione del nuovo lavoro è l’“Ora di punta”, singolo già approdato su Repubblica Tv, diretto da Thomas Katsis e Fabrizio Cariati. Ma a presentare realmente Urban Box è “Regalami”, che tra le righe spiega la metamorfosi della band. «Dopo tutto resta il niente, dopo il giorno sempre notte, dopo il meglio arriva il peggio, oltre il mare un nuovo sole». Nei Nuju l’antitesi è una costante e il «nuovo sole» in “Regalami” non è altro che una metamorfosi annunciata già dagli albori, quando il folk del primo lavoro, “Nuju”, era rappresentato in copertina da un omino stilizzato, acrobata su un filo, in equilibrio quasi nella giungla di quel genere di mercato discografico; omino che a quel filo rimane attaccato in “Atto secondo” per poi cadere in “3° (mondo)”… restando però sempre in piedi, in cerca di nuove ispirazioni. E poi “Luna piena”, coinvolgente con le sue sfumature reggae; “Mi sono perso” e l’“Ora di punta”, critica al caos che dispiega l’altro volto dello urban style. Anche se, la vera sorpresa è la caposseliana “Cani malati”, Il brano, forse, più urban dell’album, con un inaspettato e piacevole finale punk. L’autoreferenzialità del “rancoroso” di Capossela si concretizza anche nel “cane malato” dei Nuju.

 

Per i gruppi calabresi la matrice folk è quasi d’obbligo. Qual è il vero cambiamento avvenuto in Urban Box?

«Il folk per noi non è mai stato legato alla regione di provenienza, ma abbiamo cercato di lasciarci influenzare dal genere nel suo senso più ampio e internazionale; da Bob Dylan ai Beirut, per intenderci. In realtà il sound di “Urban Box” è stato un approdo naturale di ciò che sono diventati i Nuju nel corso di questi sei anni di vita insieme. Inoltre durante la scrittura e l’arrangiamento di quest’ultimo album la nostra formazione è cambiata, il nostro fisarmonicista ha deciso di non far più parte della band, così abbiamo pensato di rimanere solo in cinque e, sia il percussionista (Roberto Simina) che il cantante (Fabrizio Cariati), hanno cominciato a suonare sempre di più il synth. Dunque gli strumenti più legati al folk, come appunto fisarmonica e percussioni, sono spariti o diventati marginali, lasciando spazio a un suono più diretto e attuale, proprio quello che volevamo e che la sapiente produzione artistica di Andrea Rovacchi ci ha aiutato a tirare fuori».

 

Sfumature ska, reggae, rock e testi cantautorali… In quale genere è annoverabile la vostra esperienza artistica?

«Non abbiamo mai amato le etichette, né ci è mai piaciuto essere racchiusi in un unico genere o stile. Come noti tu, all’interno della nostra musica sono molteplici le influenze, proprio perché amiamo suonare liberi dagli schemi; anche se ci manteniamo sempre all’interno della strada segnata dalla popular music, del resto non facciamo jazz o musica sperimentale. Per questo la parola in genere e l’eredità dei cantautori sono particolarmente importanti per noi, perché attraverso le nostre canzoni cerchiamo sempre di emozionare e arrivare al cuore delle persone. Amiamo tutti la musica e ne ascoltiamo un sacco, soprattutto durante il periodo in cui si arrangia un disco, e ognuno di noi porta sempre nuove idee e nuovi ascolti, che poi mescoliamo, metabolizziamo e rigettiamo fuori sotto forma di Nuju Song!».

 

Le copertine dei precedenti album si potrebbero dire profetiche. Sapevate già dall’inizio di voler proseguire su una nuova strada?

«I primi tre album per noi sono stati un unico concept. Già nel 2010 quando uscì il primo cd sapevamo che avremmo fatto una trilogia, un disco dedicato alla precarietà, uno alla frenesia e uno all’indignazione, temi per noi legati alla vita dei trentenni degli anni ’10, che anche noi rappresentiamo. Pertanto anche le copertine erano legate alla trilogia ed erano quasi già pronte nel 2010, quindi in parte erano profetiche per il nostro percorso, perché in un certo senso la direzione è stata segnata graficamente dal filo sopra di esse. In questo senso “Urban Box” per noi è il vero secondo disco e va ascoltato come il secondo album di una band, che, come diceva Caparezza, è sempre il più difficile, perché bisogna confermare e rilanciare con nuove idee. La strada è nuova e anche in futuro speriamo sia sempre nuova, mantenendo le nostre coordinate di energia e ironia cerchiamo di percorrere nuove direzioni e, come diceva Andrea Pazienza, mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa».

 

Dal 2009 ad oggi, si può parlare di “maturazione artistica” o solo voglia di cambiare?

«Noi non ci sentiamo cambiati, forse maturati, ma abbiamo comunque l’entusiasmo dei bambini che scoprono un gioco nuovo. Spetta ai critici e, soprattutto al pubblico, stabilire se questo è un disco del cambiamento o un disco della maturità. Chi ci segue sa che la nostra forza sono i live, dove siamo sempre stati noi stessi e “Urban Box” è sicuramente il disco più vicino al sound che abbiamo dal vivo».

 

Qual è il brano più rappresentativo dei Nuju in Urban Box?

«Non c’è un unico brano che ci rappresenta, anche perché noi vediamo l’album nella sua interezza, consapevoli del fatto che sia fuori moda nella nostra epoca del mordi e fuggi su youtube e spotify. In questo forse siamo datati e anacronistici, ma vogliamo credere che chi acquisterà e ascolterà “Urban Box” possa farsi il nostro stesso viaggio all’interno delle scatole urbane e delle storie che abbiamo voluto raccontare».

 

 

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